Categoria: Quaderni Politici

Il Blog di UMBERTOZIMARRI.EU –  Un luogo di riflessione sulle dinamiche politiche, economiche e sociali, ispirato ai principi della giustizia sociale, della sostenibilità ambientale e dell’innovazione.

  • Ventotene oggi

    Ventotene oggi

    La becera sceneggiata della Presidente Giorgia Meloni ha svelato, con brutale evidenza, il volto attuale della destra italiana: un volto che si dimostra ontologicamente estraneo all’eredità del Manifesto di Ventotene e al progetto europeo che da quel documento ha tratto origine.

    L’episodio ha rappresentato più di un semplice momento politico: è stata una cartina di tornasole che ha definitivamente dissolto, se ce ne fosse ancora bisogno, l’illusione di una destra “europea” e moderata. Un’operazione mediatica, pensata per coprire il momento di difficoltà della coalizione di Governo, che, nei fatti, ha ribadito l’approccio nazionalistico e frammentario che Spinelli e Rossi avevano lucidamente prefigurato e combattuto.

    Un’eredità sotto attacco

    Ventotene, oltre ad essere una splendida e selvaggia isola, è il luogo dove Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni scrissero il celebre “Manifesto di Ventotene” nel 1941, delineando una visione di un’Europa federale e democratica, capace di superare i nazionalismi che avevano portato alla guerra.

    Ventotene oggi: come attualizzare un patrimonio di idee?

    L’idea di futuro delineata nel Manifesto di Ventotene è oggi messa alla prova non solo dalle tensioni internazionali e dall’ascesa dei populismi, ma anche da una retorica politica che tende a svuotarla del suo significato originale.

    Come spesso accade in Italia, il dibattito generato dall’evento conferma un paradosso ricorrente nella nostra cultura politica: la tendenza a trasformare documenti fondativi – che si tratti del Manifesto di Ventotene o della Costituzione – in semplici icone retoriche, prive del loro potenziale trasformativo.

    Ma il Manifesto di Ventotene non è un feticcio da commemorare. È un progetto politico da riattualizzare costantemente. Il rischio, altrimenti, è la sua banalizzazione.

    Un’Europa all’altezza delle sfide

    L’Europa immaginata da Altiero Spinelli e dai suoi compagni era un’Europa unita e federale. Oggi, questo significa rafforzare i poteri del Parlamento europeo e superare il diritto di veto nel Consiglio dell’UE, per costruire un’Unione più democratica, capace di rispondere alle crisi con rapidità ed efficacia.

    Serve inoltre un pilastro sociale europeo vincolante, con salari minimi, welfare comune e una protezione reale per i lavoratori. Senza giustizia sociale, non può esserci un’Europa davvero coesa.

    Una politica estera e di difesa comune

    Non esiste un futuro europeo senza una politica estera e di difesa comune. Ma questo non significa costruire eserciti più grandi. Piuttosto, serve un vero Esercito Europeo e, soprattutto, una capacità diplomatica autonoma, capace di prevenire conflitti e gestire le crisi globali con cooperazione e mediazione.

    Un sistema di accoglienza europeo

    Non si può invocare l’unità europea senza affrontare una delle sue più grandi contraddizioni: l’assenza di un Sistema di Accoglienza Europeo. È necessario un meccanismo comune per la gestione delle domande d’asilo, vie legali per i migranti economici e un piano di investimenti nei Paesi di origine per affrontare le cause profonde delle migrazioni.

    Ventotene, faro del Mediterraneo

    L’isola di Ventotene può diventare un faro nel Mediterraneo, ospitando un istituto permanente di formazione per giovani attivisti, amministratori e ricercatori impegnati a costruire il futuro dell’Europa. Un’accademia aperta agli studenti di tutta l’UE, in cui studiare politiche ambientali, governance democratica e strategie contro le disuguaglianze, con un’attenzione speciale al Mediterraneo e al suo ruolo nel mondo.

    Attualizzare il Manifesto di Ventotene significa difenderne la visione e rilanciarne la portata rivoluzionaria. Perché un’Europa più unita, giusta e democratica non è un’utopia, ma una necessità.

  • Welfare europeo e difesa comune come responsabilità

    Welfare europeo e difesa comune come responsabilità

    L’inizio di una riconnessione sociale

    In Moby Dick, il capitano Achab insegue ossessivamente la balena bianca, convinto che solo distruggendola potrà dare un senso alla sua esistenza. Ma quella balena è anche il simbolo di un’ossessione che gli impedisce di vedere la realtà con lucidità. Nella politica, come nella vita, chi si ostina a vedere il mondo in bianco e nero, senza cogliere le sfumature e le differenze, rischia di naufragare come la Pequod. E’ una metafora poltica potentissima se guardiamo a quello che è successo negli ultimi 30 anni.

    In questi quasi due anni di segreteria Schlein, molti commentatori hanno volutamente minimizzato l’impatto del cambiamento in atto. Altri, soprattutto tra i duri e puri, si sono limitati a ripetere il più classico voglio di più, senza riflettere sul fatto che il cambiamento, soprattutto in un Partico come quello Democratico, non è mai immediato né lineare. È il risultato di scelte, scontri e compromessi, con l’obiettivo di mantenere unitarietà e visione.

    Troppo facile dire che non cambia mai nulla. Troppo facile lamentarsi di un cambiamento insufficiente se poi non si contribuisce a spingerlo avanti. In politica, come nella società, il cambiamento richiede tempo, coraggio e capacità di gestire la complessità. Comprendere le differenze e saperle valorizzare è la vera sfida per chi vuole costruire un’alternativa credibile e progressista.

    Gli elettori, spesso più lucidi di molti analisti, hanno riconosciuto questo processo di rinnovamento. Lo hanno premiato, facendo crescere il PD nel 2024 e riportandolo sopra il 20%. Certo, non ci si può accontentare, ma è un primo passo significativo. Il percorso è iniziato, ma non ancora completato, e va perseguito con determinazione. Ricostruire un’identità profonda per il Partito Democratico richiederà anni, non mesi. Non esistono scorciatoie: l’unica strada è un lavoro costante per riportare il Partito nei territori e, al tempo stesso, riportare i territori dentro il Partito.

    Welfare europeo e difesa comune

    Il momento storico che stiamo vivendo è di estrema complessità, in particolare in Europa. La posizione espressa dalla Segretaria è coraggiosa: riconoscere che la sicurezza comune è un tema fondamentale, ma non può essere perseguita a scapito del welfare state. Un concetto semplice, quasi ovvio, eppure diventato un boomerang nella politica italiana ed europea degli ultimi 15 anni, persino nei partiti socialdemocratici. In due parole: welfare europeo e difesa comune come una responsabilità verso il futuro.

    Poiché la politica si fa con l’intelligenza degli avvenimenti, comprendere il contesto in cui ci si muove è essenziale. E proprio per questo appare inspiegabile che, davanti a una maggioranza di governo divisa, un gruppo di europarlamentari del PD, incluso il Presidente, abbia votato contro l’indicazione della Segretaria.

    Coltivare il dubbio su questo piano di riarmo non significa abbandonare l’Ucraina, né essere subordinati al Movimento Cinque Stelle. Significa invece riaffermare un’idea di Unione Europea come comunità di popoli e persone, basata sulla coesione e sul welfare state. Proprio questi strumenti sono in grado di sottrarre carburante ai nazionalismi. Non si tratta di ingenuità o di parlare di pace senza praticarla, ma di lavorare concretamente per un’Europa con una difesa comune e una visione condivisa. Non può essere accettabile l’allentamento dei vincoli di bilancio europei solamente per spese riguardanti la difesa.

    Sacrificare temi così cruciali per mere dinamiche interne o, peggio ancora, per strategie di logoramento sarebbe non solo miope, ma imperdonabile.

  • Ue: abbiamo un problema

    Ue: abbiamo un problema

    Ad un passo dal precipizio: tra Trump, Putin e le ambiguità interne

    Questa volta non è Houston ad avere un problema. L’elefante è nella nostra stanza. Per essere più precisi, è nelle vite di milioni di cittadini europei che vivono uno dei momenti più delicati dal dopoguerra. L’Unione Europea sta attraversando la sua crisi più profonda da decenni. Pressata dall’esterno da Donald Trump e Vladimir Putin e logorata all’interno da forze ambigue e nazionaliste come quelle rappresentate da Giorgia Meloni e Viktor Orbán, l’UE rischia di implodere sotto il peso delle sue incertezze.

    L’UE messa ai margini: un pericolo esistenziale

    Nelle ultime settimane, una verità scomoda si è palesata e ha aperto gli occhi a tutti: l’Europa non è più al centro delle decisioni globali. I più attenti non lo scoprono certo adesso, è chiaro da anni. La narrazione, però, è sempre stata tutt’altra. Noi “Europie” pensiamo di essere ancora il centro del mondo, sia dal punto di vista strategico sia da quello decisionale. La realtà, amara, ci dice altro. La recente telefonata tra Trump e Putin sulla pace in Ucraina lo ha dimostrato chiaramente. Siamo ben oltre il campanello d’allarme, perché per anni non abbiamo ascoltato le campane che invano ci avvisavano.

    “Nessun accordo raggiunto alle nostre spalle funzionerà”, ha dichiarato l’Alto rappresentante dell’UE, Kaja Kallas. Ma questa affermazione, per quanto giusta, è sufficiente? L’UE può davvero permettersi di restare a guardare mentre altri decidono del suo futuro? Quanti oggi possono alzare la mano per affermare di credere, non nella forma, ma nel concreto, a quella affermazione? Le immagini del vertice di Macron trasmettono debolezza, incertezza e anche un po’ di tristezza.

    La verità è che oggi l’Europa è un semplice spettatore sullo scacchiere internazionale. Gli USA di Trump, con la loro politica isolazionista un giorno e aggressiva per altri dieci, e la Russia di Putin hanno nel mirino un grande obiettivo: smantellare il sogno europeo. Se non reagiamo ora, potremmo risvegliarci in un continente frantumato, incapace di difendere i suoi valori e i suoi cittadini.

    L’ambiguità della Meloni: un veleno per l’Europa

    A rendere ancora più grave la situazione sono le ambiguità interne. Giorgia Meloni si presenta come europeista a Bruxelles, ma in patria strizza l’occhio alle destre sovraniste e anti-UE. Questa doppiezza non solo mina la credibilità dell’Italia, ma crea fratture pericolose all’interno dell’Unione. A rafforzare questa tendenza è la crescente influenza dell’asse con Viktor Orbán, il leader ungherese che ha fatto del nazionalismo autoritario il suo marchio politico. Insieme, Meloni, Orbán e gli altri ipernazionalisti incarnano un progetto di “internazionale sovranista” che sta funzionando benissimo: indebolire e depotenziare dall’interno le istituzioni comunitarie a favore di un’Europa frammentata, facendo il gioco di personaggi come Elon Musk e Donald Trump, con i quali sperano di trattare interessi esclusivi dei singoli stati nazionali, senza comprendere di essere utilizzati come “cavalli di Troia”.

    MAGA (Make America Great Again) e MEGA (Make Europe Great Again) sono slogan vuoti che ignorano la complessità delle sfide globali e alimentano una retorica populista e divisiva. L’idea che ogni nazione possa “fare da sé” in un mondo interconnesso è un’illusione pericolosa, un’ideologia che non tiene conto delle reali necessità economiche, energetiche e di sicurezza dell’Europa. Un principio così semplicistico che persino un bambino capirebbe che favorisce le nazioni più grandi e potenti.

    UE: o rilancio o barbarie

    L’Europa non può permettersi leader che parlano con due lingue diverse. In un momento storico in cui servono unità e coesione, il gioco di Meloni e la complicità di Orbán rischiano di indebolire tutto il progetto europeo, aprendo la strada a una deflagrazione politica e sociale senza precedenti.

    Davanti a questa crisi, l’unica risposta possibile è un rilancio deciso del progetto europeo. Non possiamo permetterci un’Europa paralizzata dai veti nazionali, incapace di rispondere alle sfide globali. Servono politiche comuni in materia di difesa, economia ed energia. Solo con una vera integrazione l’UE può sperare di resistere alle tempeste geopolitiche.

    E non c’è solo la politica. L’Europa ha una missione storica: guidare la transizione ecologica. Il Green Deal non è solo un piano ambientale, ma una strategia per l’indipendenza energetica e la sicurezza economica. Investire in rinnovabili significa sottrarsi al ricatto dei regimi autoritari, garantire posti di lavoro e creare un futuro sostenibile.

    La retorica del bivio è stata spesso utilizzata, ma oggi (non domani o dopodomani) siamo davvero a un punto di svolta. O si trova il coraggio di prendere decisioni forti, di unirsi davvero e di costruire un futuro comune, oppure l’Europa rischia di sgretolarsi sotto il peso delle proprie debolezze.

    La domanda è: avremo il coraggio di reagire prima che sia troppo tardi?

  • Trump, la politica e noi

    Trump, la politica e noi


    È cambiato tanto, quasi tutto, dalla prima elezione di Donald Trump a oggi. Quella prima vittoria venne liquidata come un “voto di protesta”, un’espressione di malcontento episodico e imprevedibile. Oggi non è più così. Quel voto, ormai, è parte integrante di un disegno complessivo che abbraccia politica e società. Il ritorno di Trump alla Casa Bianca non è un imprevisto figlio del caso, ma il risultato di un’ideologia – perché di questo si tratta – che si è imposta con il sostegno, diretto e indiretto, dei colossi tecnologici e di grandi gruppi di potere economico.

    L’illusione della “rivoluzione democratica”


    La retorica che accompagna il ritorno di Trump e l’evoluzione del “voto di protesta” tende a mascherare una realtà cruciale: quella in corso non è un processo dal basso, ma una trasformazione in cui il potere decisionale si concentra in mani sempre più ristrette. In questo scenario, la democrazia, invece di essere ampliata, rischia di essere svuotata dei suoi principi fondamentali. Per questo, ad esempio, dopo la vittoria del tycoon, Zuckerberg è subito salito sul carro delle politiche del vincitore, partecipando al pranzo di gala per difendere il suo impero economico. Dietro alla facciata di un movimento popolare, dunque, il processo decisionale è sempre più centralizzato e ristretto, influenzato da attori privilegiati: politici populisti, grandi multinazionali tecnologiche e media che veicolano narrazioni polarizzanti. Parimenti, la costante delegittimazione del “sistema corrotto” – utilizzata come leva politica – mina la fiducia pubblica nelle istituzioni, rendendole sempre meno capaci di operare come garanti della democrazia.

    Si fa presto a dire libertàL’idea di Donald Trump


    A questo quadro, già complesso e delicato, si lega una questione più profonda che tocca il concetto stesso di libertà. La libertà promossa da Trump non è un progetto di emancipazione collettiva, ma una licenza di abbandonarsi agli istinti più bassi. È una libertà che giustifica l’insulto, la discriminazione e l’odio, contrapposta a un presunto “politicamente corretto” imposto dalle élite. Trump si rivolge direttamente alle fasce sociali più deboli, con un messaggio che scava nelle paure e nelle insicurezze: “Io, maschio – bianco – etero, a te uomo – maschio – bianco ti rendo di nuovo libero”.

    Il messaggio non solo è passato, ma ha attecchito in profondità. Ha alimentato una lotta di classe orizzontale, non più contro chi detiene il potere economico, ma contro chi condivide la stessa condizione sociale, pur essendo “altro” rispetto a me: un immigrato, una donna, una minoranza. Oppure verso il basso, contro chi, nella narrazione trumpiana, “toglie risorse” o “rende insicure le nostre città”.

    Questo fenomeno, però, non si limita né agli Stati Uniti né a un paese specifico. È l’essenza di un’internazionale sovranista che avanza rapidamente, coordinandosi non tanto su un pensiero unico, quanto su un obiettivo comune. Cambiano i volti – in alcuni casi, come in Italia, anche il genere – ma il modello resta lo stesso: un attacco sistematico alla pluralità e alle istituzioni democratiche, mascherato da rivoluzione popolare.

    Per una socializzazione della politica

    La domanda politicamente, ma anche sociologicamente, più interessante è perché questo profondo malcontento verso le ingiustizie evidenti non venga indirizzato davvero verso chi ha in mano le redini di questa grande ragnatela: un’oligarchia economica e politica. Senza una risposta a questa domanda, sviluppata e pensata su una scala anch’essa globale, difficilmente si scalfirà questo sistema che mira a concentrare ancor di più le ricchezze, evitando “freni e lacciuoli” e, parallelamente, a cambiare volto alle istituzioni.

    Qualcuno, giustamente, potrebbe obiettare che è un processo che va avanti da decenni. Giusto. È così. Non si è capito o non si è voluto vedere; in entrambi i casi, ci sono gravi responsabilità sulle mancate risposte e, ancor di più, sulla costruzione di un pensiero di contrapposizione capace di rispondere alle esigenze sociali o, più semplicemente, alle ingiustizie e storture del mondo. A questo dovrebbe servire la politica – giusto?

    Invece, viviamo in un periodo storico in cui cresce l’interesse per il dibattito quotidiano anche su temi sociali e civili ma, parallelamente, decresce la partecipazione a partiti, organizzazioni sindacali, associazioni e persino alle elezioni stesse. Si cerca una risposta individuale, non collettiva. Ognuno ha voglia di dire la sua, di scendere in campo sull’ennesima discussione social, ma difficilmente si muove per uscire di casa e partecipare a un evento, una riunione o un’iniziativa. Restando, però, sul campo dell’individualismo o dell’opinionismo generalizzato, nulla si muoverà. Nulla cambierà. È lo stesso schema che vogliono Trump, Musk e tutti gli altri. In quel campo sono più forti. C’è bisogno, invece, di una nuova socializzazione della politica, che deve tornare a incidere sulla vita e sui problemi delle persone, non una discussione continua che non sposta di un millimetro i processi decisionali.

    Nel prossimo articolo una riflessione su “Elon Musk come attore politico”

  • Il nostro 2024: un anno di coraggio e speranza

    Il nostro 2024: un anno di coraggio e speranza

    La politica è l’arte del possibile, ma anche la scienza del cuore.”

    Pietro Ingrao

    Che anno è stato? Un anno di coraggio e speranza, segnato da difficoltà e tensioni a livello geopolitico. Un anno che avrebbe potuto ridimensionarci ma che, al contrario, ha rilanciato con forza la nostra azione politica. Un anno in cui il Partito Democratico ha lavorato instancabilmente per costruire un futuro più giusto, solidale e sostenibile per il nostro Paese. Lo abbiamo fatto, come detto, affrontando sfide enormi, sia a livello nazionale che locale, sempre fedeli ai valori della nostra comunità e al mandato di offrire un’alternativa credibile, ideale e costruttiva alla destra che oggi governa l’Italia e molte delle nostre regioni.

    Sotto la guida della nostra segretaria nazionale, Elly Schlein, abbiamo scelto di non limitarci alla protesta, ma di essere una forza propositiva, capace di indicare un’altra strada. Una strada che rimetta al centro la giustizia sociale, i diritti civili, la transizione ecologica e la lotta alle disuguaglianze. In questo 2024, il Partito Democratico ha promosso campagne nazionali fondamentali, che ci hanno visto mobilitati nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università. Abbiamo combattuto per l’introduzione di un salario minimo legale, per difendere il reddito di inclusione e per garantire investimenti pubblici in settori strategici come la sanità, l’istruzione e le infrastrutture verdi. Non ci siamo fermati di fronte ai tentativi della destra di tagliare il welfare e di accentuare le disuguaglianze: abbiamo alzato la voce, ma soprattutto abbiamo presentato soluzioni concrete e attuabili.

    Non meno importante è stato il nostro impegno sul piano dei diritti. Mentre il governo Meloni continua a restringere gli spazi di libertà e a dividere il Paese con una politica identitaria e regressiva, noi abbiamo difeso la dignità di ogni persona, il diritto alla scelta e alla libertà. Abbiamo portato avanti proposte di legge per il matrimonio egualitario, per il contrasto alla violenza di genere e per una nuova legge sulla sicurezza sul lavoro. Questo è il cuore della nostra visione: un’Italia che non lascia indietro nessuno.

    Il 2024 è stato anche un anno di risultati importanti. Alle elezioni europee, il Partito Democratico ha raccolto il 24,1 %, migliorando di 5 punti percentuali il risultato del 2022, ottenendo 21 eurodeputati e diventando così la delegazione più numerosa all’interno del gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici (S&D) al Parlamento Europeo.

    Nei capoluoghi di provincia, siamo riusciti a vincere in molte realtà strategiche, tra le quali Firenze, Cagliari, Bari, Perugia, Potenza, Cremona, grazie a coalizioni ampie e al nostro lavoro sul territorio. Inoltre, le elezioni regionali, con le vittorie in Sardegna, Emilia Romagna ed Umbria, hanno segnato un altro punto di svolta, con la conquista di regioni chiave che ci permettono di incidere in modo concreto sulla vita quotidiana dei cittadini.

    I sondaggi hanno confermato che il Partito Democratico è stato il partito che è cresciuto di più in termini di consenso. Questo è il risultato di una leadership forte e inclusiva, incarnata da Elly Schlein, che ha saputo dare voce a una nuova generazione di elettori e restituire fiducia a chi si era allontanato dalla politica. La sua capacità di unire, ispirare e proporre un futuro diverso ha fatto la differenza, trasformando il nostro partito in un motore di speranza e cambiamento.

    Non possiamo, però, ignorare il contesto globale. Il 2024 è stato segnato da crisi geopolitiche profonde, che ci interrogano come cittadini e come forza politica. La situazione in Ucraina, a Gaza e in Medio Oriente ci richiama al dovere di essere protagonisti di una diplomazia per la pace, una diplomazia che metta al centro il dialogo, il rispetto dei diritti umani e il diritto dei popoli a vivere in sicurezza e dignità. Abbiamo chiesto a gran voce che l’Italia e l’Europa svolgano un ruolo più deciso per fermare le violenze e favorire una soluzione politica duratura, basata su due stati che convivano in pace e sicurezza. Allo stesso tempo, siamo consapevoli che le crisi geopolitiche, dall’Ucraina al Sahel, richiedono un’Europa più forte, unita e solidale, capace di essere un attore globale per la stabilità e la cooperazione internazionale.

    Nel Lazio, la sfida è stata altrettanto intensa. Con la giunta regionale guidata da Rocca, abbiamo assistito a politiche di retroguardia, incapaci di rispondere ai bisogni reali dei cittadini. Il Partito Democratico ha lavorato instancabilmente per offrire un’opposizione seria e credibile, ma anche per costruire un progetto alternativo per il futuro di questa regione. Abbiamo portato avanti battaglie fondamentali sul tema della sanità pubblica, denunciando i tagli e i disservizi, e sul fronte della mobilità sostenibile, proponendo soluzioni per una rete di trasporti regionale più moderna ed efficiente.

    Un momento cruciale per il nostro impegno locale sarà il Congresso provinciale di Frosinone, un appuntamento che rappresenta molto più di una semplice scadenza organizzativa. Sarà l’occasione per ripensare insieme le priorità del territorio, per ascoltare i bisogni della nostra comunità e per costruire un Partito Democratico più radicato, più aperto e più capace di rappresentare le istanze di chi vive in queste aree. A Frosinone, come in ogni altra provincia d’Italia, vogliamo essere il punto di riferimento per chi crede in un futuro migliore.

    La strada è lunga, ma noi siamo determinati. Il Partito Democratico deve essere la casa di chi crede che la politica possa ancora cambiare le cose, di chi non si rassegna all’odio, alla divisione e all’immobilismo. Insieme, si insieme, si può costruire un’Italia più giusta, più verde e più solidale. E lo faremo, passo dopo passo, con il coraggio delle idee e con la forza della nostra comunità.

    Avanti, insieme.

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  • Elezioni Regionali Liguria: 5 brevi considerazioni

    Elezioni Regionali Liguria: 5 brevi considerazioni

    Verrebbe da citare Pierluigi Bersani, in una delle sue frasi più celebri e amare: “siamo arrivati primi ma non abbiam vinto“. Il testa a testa, con volata finale, se lo aggiudica il centrodestra di Bucci, di “cortomuso”. Lo scarto tra le due coalizioni è stato di circa 8000 voti, spicciolo più, spicciolo meno.

    Cosa ci dicono queste Elezioni regionali liguri? Proviamo a tracciare un quadro sui cui riflettere.

    1. IL PUNTO DI PARTENZA. La partita come evidenziato in premessa è stata combattuta. Alcuni analisiti hanno parlato di un “goal a porta vuota sbagliato”. Non ritengo sia così, perchè bisogna ricordare qual’era la fotografia 4 anni fa.
    ELEZIONI REGIONALI LIGURIA – 2020 – CDX
    ELEZIONI REGIONALI LIGURIA 2020 – CSX

    Le due coalizioni nel 2020 erano distanziate di 17 punti percentuali e 117 mila voti. In mezzo, c’è stato tutto quello che già conosciamo: il malgoverno, le inchieste giudiziarie e giornalistiche, un nuovo corso per il Pd, ed eccoci che si arriva ad un sostanziale risultato di equilibrio. Nonostante un crollo drammatico dell’affluenza, il Partito Democratico aumenta i voti assoluti: si passa da 124 mila a 160 mila. Parimenti e qui arrivano le note dolenti, per il fu campo largo, il M5S passa da 48.722 a 25.670. In voti assoluti, rispetto alla precedente competizione elettorale, dimezza i voti la Lega e ne beneficiano Fdi e Forza Italia.

    2. IMPERIA

    Come è riuscito a resistere all’avanzata di Orlando, l’ex Sindaco di Genova, Bucci? Grazie ad un risultato fuori scala nella provincia di Imperia. Difficilmente spiegabile con la statistica. Imperia fa rima con Scajola. Sì, proprio quello Scajola. Quello della casa al Colosseo, del Popolo della Libertà ecc ecc. La politica italiana resta sempre e comunque, l’eterno ritorno dell’uguale. Insomma, come tutti sanno la provincia di Imperia, è il suo regno incostrato. Qui il centrodestra raggiunge il 60% dei consensi contro il 35 del centrosinistra. In voti assoluti, 16 mila voti di vantaggio. Nelle altre tre province, due se le aggiudica Orlando ( Genova e La Spezia), una Bucci ( Savona) ma la partita è più combattuta, con distacchi intorno ai 3%.

    3. ALLEANZE

    Quando il risultato è così esiguo, giustamente si guarda ad ogni piccolo dettaglio? Sarebbe bastato Morra? Sarebbero bastati i comunisti di Ferrando? Sarebbe bastato Renzi? Insomma, già dalla diversità dei nomi tirati in ballo nella riga precedente è chiaro che si parla di tutto e del contrario di tutto, come in una maionese impazzita. Il punto di partenza dovrebbe essere un altro: tracciare una linea, capire FINALMENTE quale deve essere l’assetto della coalizione e renderlo definitivo. In Parlamento e sui territori. Ogni elezione non può iniziare di rincorsa dopo mesi interi a discutere di veti e non di voti. Il Partito Democratico ha l’onere e l’onere di guidare il processo. Gli altri devono decidere cosa fare da grandi.

    4. IL MOVIMENTO CINQUE STELLE

    Cosa devono fare da grandi dicevamo… eccoci dunque arrivati ai pentastellati. Riepilogo brevemente gli ultimi risultati alle regionali del Movimento (di Giuseppe Conte vs Beppe Grillo).

    Lombardia 2023: 3,93%. Friuli Venezia Giulia 2023: 2,40%. Trentino Alto Adige: 1,95%. Sardegna: 7.8 % ( con candidata Presidente e vittoriosa) Piemonte: 6,04%. Liguria: 4,56%

    Dati da far rabbrividere. La cosa difficilmente spiegabile è che sembra non fregare nulla all’avvocato del popolo Conte. La strategia di alzare il livello della discussione con il fondatore Grillo, genovese doc, durante la campagna elettorale delle regionali è una delle più grandi opere di autosabotaggio che la politica ricordi. Si dirà, giustamente, ma i problemi devono risolvere al loro interno. Sì, è corretto. Ma porre dei veti su base regionali, senza avere voti, minacciando ogni volta l’accordo nazionale è una strategia ridicola, ottusa e senza alcun futuro. Un sinonimo di assenza di lungimiranza politica.

    5. IL PERCORSO: L’IMPORTANZA DELLA PERSEVERANZA

    C’è poco da dire, per il Partito Democratico, un risultato che si avvicina al 30% era una cosa difficilmente immaginabile fino a poco tempo fa. Bisogna continuare a seminare e a lavorare con perseveranza per portare sui territori gli indirizzi nazionali. Non si tratta di nuovismo e/o rottamazione. Si tratta di far parlare al Partito la stessa lingua della contemporaneità e di affrontare, a testa alta, l’enorme complessità delle sfide del presente. Ritrovare credibilità ripetendo ma soprattutto praticando una politica capace di rappresentare le collettività, dando risposte chiare e decise sui bisogni primari delle persone.

  • Ecosportivamente – L’intervista a Francesca Clapcich

    Ecosportivamente – L’intervista a Francesca Clapcich

    La quarta stagione tra sport e sostenibilità – Francesca Clapcich si racconta

    Quando quattro anni fa ho iniziato a registrare le interviste di EcoSportivamente, legare progetti ed imprese sportive alla tutela del Pianeta sembrava estremamente pionieristico. Una cosa di nicchia, ad essere ottimisti. Qualche anno dopo l’Uisp ha segnalato il podcast descrivendolo in questa maniera:

    Raccontare il legame tra sport e sostenibilità nella nostra società è invece la missione di EcoSportivamente un podcast, unico nel suo genere, in cui l’attivista ecologista Umberto Zimarri intervista i protagonisti e le protagoniste della rivoluzione ecologica nello sport.

    Oggi, parlare di sport e sostenibilità, invece, è sempre più naturale come giusto che sia. Un binomio che cresce di pari passo alla consapevolezza dell’importanza, ambientale e sociale, di entrambi.

    Lo sport può essere una delle chiavi di volta per raggiungere quella desiderabilità della transizione ecologica, parafrasando Alex Langer grazie alla sua trasversalità e alla sua capacità di trasmettere e diffondere messaggi. Nel frattempo i programmi governativi stanno mirando ad una razionalizzazione dell’approccio e delle azioni. Una visione unica calata nellle diverse discipline e nei diversi ambiti.

    Il programma più famoso in tal senso è lo “Sports for Climate Action“. Lanciato dalle Nazioni Unite, riassume quanto detto in precedenza, perseguendo due obiettivi:

    1. Raggiungere una traiettoria chiara per la comunità sportiva globale per combattere il cambiamento climatico, attraverso impegni e partnership secondo standard verificati, tra cui la misurazione, la riduzione e la rendicontazione delle emissioni di gas serra, in linea con lo scenario ben al di sotto dei 2 gradi sancito dall’accordo di Parigi;
    2. Utilizzare lo sport come strumento unificante per unire e creare solidarietà tra i cittadini di tutto il mondo per l’azione per il clima.

    Nelle storie di EcoSportivamente, le imprese o più semplicemente l’impegno nello sport diviene un mezzo per provare a migliorare il mondo che ci circonda.

    Come sempre, un passettino alla volta, in maniera “artigianale” proverò a dare voce a questo mondo sostenibile e sportivo che merita di essere conosciuto ed apprezzato.

    Francesca Clapcich: Believe, Belong, Achieve

    La storia di Francesca è una storia di sport, di sostenibilità e di libertà.
    Francesca è una velista italiana. Ha partecipato per ben due volte alle Olimpiadi nel 2012 e nel 2016. Nel 2017-2018, è stata membro dell’equipaggio di Turn the Tide on Plastic nella Volvo Oean Race. Ha vinto l’edizione 2022-2023 della prestigiosa gara The Ocean Race.

    In mezz’ora molti sono stati i temi trattati: il ruolo sociale dell’Atleta e le differenze tra Italia e Stati Uniti, il programma Believe, Belong, Achieve che la vede protagonista, l’orgoglio delle vittorie e la rabbia per le disparità salariali con i suoi colleghi, l’inquinamento da plastiche e microplastiche, la multiculturalità e la visione di un mondo senza barriere.

    “Ho vissuto personalmente la sfida di non essere accettata per quello che sono e di non avere pari opportunità o benefici dal mio sport, ma ora ho il privilegio di sentirmi libera di essere chi sono e di usare la mia voce per qualcosa che va oltre la mia persona. Quando tutti credono in se stessi e sentono di appartenere, insieme possiamo ottenere di più”.

  • L’importanza del percorso

    L’importanza del percorso

    Il problema della mia generazione e di molte di quelle precedenti è che siamo stati abituati da sempre a concentrarsi solamente sul finale delle storie e mai sull’importanza del percorso. Quasi mai il mondo che ci circonda ha riflettutto, con noi, sui come e sui perchè. Nello sport, nel mondo dell’istruzione, nella società, nel lavoro, nella politica. Vinci? Sei bravo. Perdi? Sei una nullità. Ti laurei in tempo? Sei bravo. Non lo fai, sei uno scansafatiche. Non riesci a svolgere le tue mansioni sul lavoro? La scuola non ti ha insegnato niente. Guadagni una miseria? La responsabilità è solo e soltanto la tua. Un meccanismo ipercompetitivo, in cui tutto quello che ci circonda non esiste. Sei solo contro un mondo. Una lotta per la sopravvivenza. Buona fortuna.

    Come spesso accade nelle grandi competizioni sportive, anche senza volerlo, basta una frase semplice per portarci a riflettere un pò più a fondo sul nostro mondo. Per chi ne ha voglia e ne sente la necessità, of course.

    Prendete quello che è successo a Benedetta Pilato. Nuotatrice. Classe 05. L’episodio è arcinoto: dopo la finale in cui si classifica quarta, la campionessa italiana si presenta ai microfoni emozionatissima, con un enorme sorriso e dice di essere felice. Anzi, va oltre, sostiene che è quello il più bel giorno della sua vita. Pensa evidentemente alla fatica fatta per lasciare Taranto, ai tanti sacrifici quotidiani, all’eliminazione dei quattro anni precedenti. Essere tra le migliori al mondo, aver nuotato splendidamente, oltre le sue aspettative, la rende felice. Elisa Di Francisca, ex campionessa olimpica nello schermo, in diretta, platealmente, accusa la nuotatrice con una frase tagliata con l’accetta: “Ma ci fa o ci è? – aveva detto – Assurdo, ma che ci è venuta a fare? Io rabbrividisco, dico solo questo“.

    Si parla tanto di giovani ma si fa molto poco per essi e ancor meno si prova a comprenderli. La frase della Pilato ha spiazzato per la sua dirompente semplicità. Non capita quasi mai, in interviste che in molti casi diventano un copia- incolla retorico o stantio.

    Quelle parole però devono restare incasellate in qualche angolo della nella nostra mente, perchè non possiamo permetterci di ragionare come se vivessimo in un immenso highlihts. Perchè è la somma dei momenti che ci porta ad un determinato punto od obiettivo. Il risultato finale è una conseguenza, da cui bisogna prendere qualche insegnamento, sia se si vince, sia se si perde. Traslando un pochino il discorso capiamo come diventano così importanti le condizioni di partenza, il garantire le stesse opportunità a tutte e tutti, il diritto di essere trattati per quello che si è e non per quello che qualcuno ci dice che dovremmo essere. Il coraggio di mettersi in gioco per quello in cui crediamo senza per questo motivo essere considerati dei perdenti o dei sognatori perchè fuori dalla realtà che qualcuno ha costruito anche per noi.

    La Pilato, alcuni giorni dopo, in un’intervista rilascia un’altra frase bellissima:

    Nessuno può dirmi per cosa gioire. Tutti abbiamo un percorso e non mi permetterei mai di parlare di chi ha un percorso che non conosco». «Non sono una che si accontenta, a nessuna piace perdere, ma quando arrivo quarta non posso chiedere di rifare la gara, accetto quello che viene. Io ho capito quello che valgo, per questo la mia contentezza nella mia intervista».

    https://www.open.online/2024/08/03/olimpiadi-2024-parigi-benedetta-pilato-vs-di-francisca-lacrime-giovani-colpiti-episodi-simili/

    Insomma quel discorso che ci porta direttamente al famoso dibattitto sul diritto alla felicità, personale ed intima ma anche sociale e collettiva, in quanto instricabilmente legata al contesto, ambientale, culturale, sociale in cui siamo immersi. Insomma, quando prendiamo delle decisioni, personali o politiche, nel senso di collettive, nel taschino queste frasi dovremmo sempre rileggerle, come un utile promemoria.

    Grazie Bendetta per averci ricordato la lezione di un altro grande, Enzo Jannacci, che nella sua “Io e Te”, scriveva “la bellezza dei vent’anni è poter non dare retta a chi pretende di spiegarti l’avvenire e poi il lavoro e poi l’amore

  • Parte Da Noi – L’appello per una nuova fase nel PD della Provincia di Frosinone

    Parte Da Noi – L’appello per una nuova fase nel PD della Provincia di Frosinone

    Un protagonismo chiaro, per una fase nuova del Partito Democratico, a partire dal prossimo congresso provinciale.

    Nelle scorse settimane si è riunito a Ceccano il collettivo PARTE DA NOI, gruppo nato in occasione del congresso che ha portato Elly Schlein a diventare segretaria del Partito Democratico. A fronte di una discussione molto ampia, il collettivo ha costruito le basi per un nuovo percorso che dovrà partire nelle prossime settimane dalla Provincia di Frosinone. Lo scopo è quello di innovare politiche e processi, sulla scia di quanto sta avvenendo a livello nazionale grazie ad Elly Schlein ed al suo gruppo dirigente.

    Durante l’incontro si sono naturalmente analizzati i risultati delle ultime elezioni, europee ed amministrative, che hanno visto tutti in campo in favore del Partito Democratico. Una tornata elettorale che ha portato alla vittoria in molti comuni, tra cui la nettissima vittoria del PD e del centrosinistra unito a Cassino. Un lavoro importante fatto nella Provincia di Frosinone ma che, viste le percentuali raggiunte, in particolare, nelle Elezioni Europee, non può certamente bastare.

    Durante la discussione non si sono nascosti quelli che sono i nuovi equilibri che si sono venuti a creare tra le varie anime del Partito Democratico in provincia di Frosinone.

    In questo anno e mezzo, le componenti ed i componenti che fanno riferimento a questa rete informale, hanno sempre lavorato con serietà e lealtà verso tutti gli organi del Partito, portando avanti, con determinazione e visione, le tematiche che caratterizzano la segreteria di Elly Schlein. Certamente, sarebbe stato più facile e forse conveniente restare estranei ad ogni livello decisionale, abbaiando alla luna, ma non è questa la cifra dell’agire politico del gruppo.

    Da questo punto di vista è emersa con forza la voglia e l’entusiasmo di questo gruppo di essere protagonista nella costruzione della nuova fase del Partito Democratico, in provincia di Frosinone. Un Partito che viva davvero tra le persone e si prende cura delle difficoltà e delle questioni più problematiche che in Ciociaria sono tante. Da quelle ambientali a quelle sanitarie, dalla crisi delle attività produttive che sta mettendo in difficoltà sempre più famiglie, alle difficoltà dei giovani di rimanere su questo territorio.

    Una politica meno autoreferenziale e più aperta ai giovani, alle donne, a coloro che vogliono impegnarsi davvero per migliorare il nostro pezzo di mondo. Una politica che non si occupi solo di poltrone ma che porti la gioia e la felicità delle persone all’interno delle proprie parole d’ordine. Si è ribadita, poi, l’esigenza di alleanze chiare e nette nelle elezioni amministrative che vadano naturalmente a valorizzare il mondo civico e le altre forze del centrosinistra, senza più fare accordi con questa destra che in provincia di Frosinone ha mostrato il suo volto peggiore.

    Per questi motivi il collettivo Parte da noi si propone di agire questo percorso da protagonista, a partire dal prossimo congresso provinciale, mettendo a disposizione valori, principi, idee e personalità politiche per costruire tutti insieme un nuovo corso del partìto democratico.

    Nelle prossime settimane si promuoveranno degli incontri con le altre forze del Partito Democratico per verificare le eventuali convergenze su questo progetto di cambiamento che vada finalmente ad organizzare la speranza anche su questo territorio così complesso ma pieno di bellezza e opportunità.

  • 25 Aprile 2024

    25 Aprile 2024

    Le generazioni nate negli anni 80 o nell’inizio dei 90 sono cresciute con un’illusione di fondo, errata ma comune, che la storia fosse finita. Questa teoria trova il suo caposaldo nel libro di Francis Fukuyama, edito nel 1992, che si chiama per l’appunto, La fine della storia.  La tesi, che trae origine da una visione hegeliana del concetto di storia, è molto semplice: dopo la caduta del Muro di Berlino, non vi sarebbe stata più un’opposizione tra tesi e antitesi, ma il raggiungimento di una situazione di globale accettazione dei valori occidentali fondati sui diritti umani.

    Quello che è successo negli anni a venire ha dimostrato, invece, che nella Storia non si è fermata. È andata avanti, come normale che fosse. Quell’impostazione culturale, però, ha lasciato degli strascichi evidenti. La trasformazione della società, non più vista come un insieme di moltitudine diverse ma al massimo come la somma di individui e interessi distinti. Eravamo popolo, siamo diventati gente.

    Circa dieci anni fa ho organizzato il mio primo 25 aprile. Era, uno dei primi eventi dell’associazione che avevamo creato. In tanti ci guardavano un po’ sorpresi della nostra scelta: un’associazione di giovani che si occupa della festa di liberazione. A molti, incredibilmente, sembrava anacronistico accendere i fari proprio su questa tematica. Succede però che in questi dieci anni, il mondo e la storia accelerano repentinamente su quei binari che un decennio fa si intravedevano come foschi presagi ma che adesso diventano realtà. Realtà a cui ci stiamo abituando, come la famosa storia della rana con la pentola, ma che spaventa per la sua brutalità. Avremmo mai pensato nel nostro recente passato di aprire i giornali e leggere di cronache di guerra quotidianamente in Europa? Di minacce nucleari sulle nostre città? Di brutali attentati terroristici e di repressioni alimentate dalla voglia di sangue generalizzata e non sul sacrosanto concetto di sicurezza di uno stato?

    25 Aprile 2024: ribadire l’essenziale

    Se questo è il piano internazionale, quello nazionale vede protagonisti politiche che non riescono a pronunciare la parola “antifascista”. Antifascismo che è il fondamento della Costituzione sulla quale hanno giurato. Allora non bisogna andare troppo oltre. Bisogna ripartire dalle basi. Dai concetti semplici: l’antifascismo è divisivo solo se si è fascisti. Non stiamo giocando nessun derby. Il movimento della Resistenza era formato da studenti universitari e persone comuni con la terza elementare, dalla classe dirigenti ma anche dagli agricoltori delle periferie, dai comunisti, dai liberali, dai democristiani, dai socialisti, persino dai monarchici e dagli ex sergenti dell’esercito.  Ripetere. Riaffermare. Non dare per scontato ciò che adesso non lo è. Almeno per Tanti. Non giudicare ma dimostrare che esiste un’alternativa in cui questi valori trovano applicazione. Senza retorica, non serve, ma con una preziosa e paziente perseveranza.  Chi controlla il passato, controlla il futuro scriveva George Orwell. E noi, nel recente passato l’abbiamo persa questa sfida. In una miriade di luoghi comuni e facili slogan, la realtà storica del passato è stata svilita, camuffata, fino a rendere opinione soggettiva ciò che invece era oggettivo.

    Ora, non è il tempo di alzare vessilli su questa data. C’è la necessità, invece, di ribadire come questa sia la festa di tutti gli italiani che si riconoscono nella nostra Repubblica, nata dal sacrificio di tante e tanti. Noi, per onorare quel sacrificio dobbiamo essere capaci di far rientrare nel cuore e nella carne viva della quotidianità i valori della Resistenza, un tempo universalmente condivisi.

    Buona Festa della Liberazione!

    W l’Italia. W l’Italia Liberata!

    Ora e Sempre, Resistenza!